IL VIAGGIO IN ARGENTINA DA TUCUMAN A SALTA
DAL 10 AL 14 APRILE
IL DIARIO DI NICOLETTA MESCOLI: I MAGNIFICI 14

Scesi dall’aeroporto di Tucuman (400 mt. sul livello del mare) incontriamo la nostra guida Graziela che ci carica su due pulmini e partiamo via alla scoperta del Norte. Siamo nella Quebrada del Sosa: inizia una vegetazione pluviale lussureggiante: eucaliptus, salici, piante attorcigliate ad altre e così via. Tempo afosissimo, si sale e la vegetazione diventa più rada ed eccoci a Tafì de Valle (2000 mt.) e precisamente a al pueblo de Mollar dove hanno riunito tutti i Menhir trovati nella valle.


siamo a 3400 metri

Non è difficile capire il simbolo che rappresentano data la loro forma e i sorrisini ironici dei nostri uomini. I più importanti sono scolpiti con disegni non sempre identificabili, si possono interpretare a piacere. Siamo circondati da una musica piacevole. L’Eraldo curioso s’avvicina e scopre una fiesta andina. E’ il primo anno che festeggiano la festa dei Menhir con balli e tipico piatto andino e cioè il "Locro" (sopa di mais con carne), superiamo tutte le nostre inibizioni igieniche e mangiamo con gusto(?) questa meravigliosa sbrodaglia, che ha il merito di essere tipica e, soprattutto, quello di essere gratis. Ci buttiamo (Nicoletta e Gabriella) nel ballo del fazzoletto. Le Andine ci guardano un po’ stupite, ma non importa, siamo così entrate in pieno nell’atmosfera del posto. Poi facciamo una sosta a Tafì del Valle per una breve merenda con il prosciutto di montagna, il tipico formaggio locale e un bicchiere di ottimo vino bianco Torrontes di Cafayate che ci accompagnerà durante i pasti per tutto il viaggio. Si prosegue raggiungendo un’altitudine di ben 3000 mt. Scendendo il panorama cambia e diventa desertico e si incontrano i cordones (cactus).
Prima di arrivare a Quilmes (2000mt.) incontriamo i primi altarini (piccole casette con banderas rojas) di Gauchito Hill, il Robin Hood del popolo che rubava ai ricchi per dare ai poveri e quelli della Defunta Correa, che è morta di sete cercando il marito "que era en la guerra". Perciò davanti al suo alterino ci sono sempre bottiglie d’acqua. Ognuno si crea i santi a suo gusto e misura.
Arriviamo finalmente a Quilmes. Il nostro hotel è isolato nella valle, bellissimo per il suo stile che è tutt’uno con las ruinas: camere con decorazioni incas, panchine con sculture incas, interno con arredamento incas, non c’è dubbio siamo nella terra degli Incas o dei pre-Incas(?).

La comida è senz’altro pre-incas, cioè, molto semplice: bistecca con ensalada o papas e, per puestre, marmellate de cayote con nuez. Ma è il cielo che ci encanta: tutte le stelle dell’emisfero australe ed in particolare la croce del sud, mai o quasi mai ho visto un cielo così stellato, Paolo è in estasi meditativa. Dimenticavo il pequeno lama, così dolce, potendo lo porteremmo via come souvenir. Si dorme bene in quel silenzio australe, anche l’Alberto non osa rompere quella quiete col suo russare, ma l’Emanuela non chiude occhio, forse riflette sulla bellezza dell’universo

La mattina ci svegliamo prestissimo anche se forzatamente data la mancanza di tende pesanti, ma è meglio così, Eraldo riprende il sorgere del sole in mezzo ai cardones. Facciamo una colazione ancora più andina che mai e poi andiamo su per la Ruinas (Grazia è alla ricerca affannosa del suo portafoglio: è sotto il materasso). Sono rimasti solo i muri a secco delle abitazioni che dicono fossero di gruppo con tetti di canne e corridoi dove poter socializzare. Qui i Quilmes furono occupati dagli Incas, che però pare li trattassero bene, senz’altro meglio degli spagnoli ai quali resistettero per ben 150 anni prima di arrendersi. Qualche atleta (Stefania) arriva in cima alla collina per ammirare la valle, Gabriella, ansimante per l’altitudine, la guarda con invidia.
Finita la visita, inizia lo shopping forsennato alla ricerca del pezzo"originale", sembra che solo a Quilmes troveremo il meglio; nei mercatini più avanti ci ricrederemo.
Si prosegue per Cafayate, nelle valli di Calchaquies: è pasqua, la cittadina è deliziosa con la piazza centrale alberata e la chiesa adornata a festa. La cerimonia è allegra e tutto è colorato intorno a noi, dai fiori, i dipinti , gli stucchi dorati e i vestiti a festa de las chicas. Per brindare alla pasqua nel modo giusto andiamo in una finca (azienda vinicola). La zona è famosa per il suo vino: el Torrontes . Ma non si può gustarlo a digiuno per cui ci servono delle deliziose empanadas, le prime (del Norte) di una serie interminabile. Naturalmente gustiamo il vino il tutto senza comprare nulla, abbiamo la scusa buona che non possiamo portarci appresso troppo peso. Si riprende el viaje e lungo la strada ci fermiamo in un borgo muy, muy bonito: Molinos. Aprono esclusivamente per noi un ex-convento(?) adibito a punto di ristoro. Al centro del cortile c’e una bellissimo Finto Pepe, pianta per noi sconosciuta che d’ora in poi troveremo dovunque. La siesta è molto gradevole. Io e Manuela assaporiamo la torta di manzanas altri bevono la birra Quilmes ottima.. Dopo un altro tratto interminabile dato il caldo e la polvere delle strade sterrate (tutto ha veramente il sapore di un’avventura) arriviamo a Calchi che è ormai buio. Altro hotel in stile coloniale, con cortile colonnato e finto pepe centrale. Non abbiamo neanche il tempo di toglierci di dosso la polvere andina perché la comida ci aspetta. Ci sentiamo proprio dei veri pionieri. Il paziente Martin ( la nostra nuova guida) prende le ordinazioni per dare una mano ai camerieri che sono muy tranquilos. Qualcuno osa prendere il Matambre de Vaca, che risulta essere carne super lessa e come postre le pere o mele (?) sciroppate.
Dopo un giusto riposo, la mattina, visitiamo il pueblo con la sua caratteristica chiesa in stile spagnolo. L’interno è molto semplice, arricchito soltanto dall’altare dorato nelle cui nicchie sono poste statue di santi che assomigliano a pupazzetti con vesti colorate e parrucche. Sono rappresentazioni dell’arte naif degli artisti del tempo, un’arte povera per avvicinare il popolo alla religione. Gli Spagnoli introdurranno poi un’arte più raffinata.
Da Calchi si riprende a salire, attraversiamo Payagosta (?), dove ci fermiamo per ammirare le distese dei pimientos lasciati essiccare al sole, il loro rosso fiammeggiante colora la montagna.
L’economia degli Indios si basa praticamente sulla produzione di paprika derivata da questi peperoni. Un’economia quindi molto povera che permette solo di sopravvivere ma , per questa gente è già qualcosa. Le loro case di fango giallo sono poco più che capanne e non si vedono che rari agglomerati
Arriviamo a 3000 metri al Parque de los Cardones. Fantastico, sembrano tanti soldati in vedetta, si capisce che qui vivevano gli indios in gran numero perché si cibavano dei frutti dei cardones, i cui semi poi spargevano ovunque. Poi si sale fino ad arrivare a ben 3400 mt. e cioè a Piedra del Molino. La vista sulla sommità è incredibile. Si snoda sotto di noi la Valle Encantada, verdissima, chiamata anche Camino a Serpente perché in effetti sembra un serpente che scende a valle quasi a precipizio. Nel punto più in alto c’è una piccola chiesa dove i passanti, in onore della Madonna, lasciano di tutto: mozziconi di sigarette, fiori, foglie di coca in caso che anche lei ne avesse bisogno per tirarsi un po’ su di spirito. Non è il nostro primo incontro con la coca. Ce l’hanno già offerta in più occasioni, dapprima siamo stati molto stupiti e guardinghi, poi ci siamo lasciati prendere dalla curiosità mista ad un senso di trasgressione e ce la siamo
comprata tutti. I più coraggiosi se la porteranno in Italia.
Il Camino a Serpente ci porterà a Salta. Durante il lungo tragitto il nostro Martin, per distrarci, ci racconta della Pacha Mama (Terra mamma) festa andina che si festeggia il primo di agosto facendo una grande buca dove si mettono offerte per la mamma terra. Questo culto animista esisteva già prima degli Incas, era il culto per tutto quello che offriva la terra: i fiumi, le montagne, i frutti ecc…
L’inquisizione proibì questa religione pagana che poi rifiorì in tempi abbastanza recenti in cui si attacca la convivenza di religioni diverse, così come si rivalutano sempre più le popolazioni andine con le loro tradizioni e costumi. Anzi è proprio questo non essere ancora globalizzati che ce li rendi molto interessanti. Il cammino è ancora lungo e allora Martin ci racconta anche dei Gauchos, personaggi tipicamente argentini, da noi occidentali molto mitizzati.
El Gaucho significa in realtà uomo di campagna e viene dal nome indiano orfano. Infatti le donne indiane violentate dagli spagnoli davano alla luce degli orfani (guachi). Questi guachi vennero per molto tempo disprezzati in quanto figli di n.n. ma col tempo diventarono simbolo di uomo eroico, nobile perché aiutarono Guemes (grande generale argentino) a liberarsi dagli spagnoli nel nord.
Attualmente Guacho è anche sinonimo di uomo con soldi, che possiede grandi aziende. Davvero una bella evoluzione!!!
Tutto molto avvincente, ma ancora di più è la storia seguente di Martin. Dietro la Valle Encatada, sul Los Torriones a 6200 mt, nel 1998, è stata fatta una scoperta eccezionale e cioè, mummie intatte di due bambini che gli Incas avevano sacrificato ai loro dei. E’ il primo caso di sacrificio umano scoperto sinora, si pensava che gli Incas non ne avessero mai fatti. I bambini hanno un’espressione molto serena. Probabilmente sono stati anestetizzati e sono morti senza accorgersene. Saremmo curiosi di vederli, a Salta siamo accontentati, la loro immagine è nelle agenzie di viaggi. Ecco la mercificazione di un racconto favoloso.
Ed eccoci finalmente a Salta! Facciamo un breve (tanto poi ci ritorneremo) giro per la città che appare molto movimentata. Martin ci indica un localino dove finalmente mangeremo qualcosa di diverso: las empanadas!!! Comunque le gustiamo come al solito, sono economiche e gustose.
Ci aspetta un altro tratto di strada tremendo ma l’aspettativa è grande, si va al Sierro de Siete Colores, dove ci immergeremmo in un paesaggio da sogno. Lungo il tragitto le montagne che ci circondano sono sempre più erose, corrugate ed hanno il tipico colore rossiccio del continente americano. Giungiamo al tramonto a Purmamarca, all’hotel "EL MANANTIAL DEL SILENCIO" che è proprio sotto la montagna dei sette colori. Siamo estasiati dall’atmosfera irreale, le case di adobe degli Indios sono un tutt’uno con il colore della montagna e del tramonto. L’hotel è da favola: pavimento in cotto splendente, tappeti dovunque, dipinti di armigeri, assomiglianti ad angeli, con ricche cornici dorate, lampadari in ferro battuto. Le camere sono ancora più belle: è un peccato rovinarne la perfezione con i nostri bagagli polverosi. Pensiamo che sia meglio fotografarle nel loro splendore prima di spargere dovunque tutti i vestiti, le scarpe, i trucchi ecc…
Facciamo in tempo a dare un’occhiata al mercatino degli indios e a comprare già qualcosa. Ci ripromettiamo di completare gli acquisti il giorno seguente.
La cena è deliziosa: Entradas, Cordero alla Plancha, Torta Humida con Helado (meraviglia delle meraviglie!) il tutto bagnato da vino tinto Cabernet andino. Andiamo a letto deliziati e consci di avere avuto un’esperienza di quelle che non si dimenticano mai.
Il giorno dopo via al mercatino per acquisti che, una volta ritornati, naturalmente, avranno perso tutto il loro valore. Ma qui hanno un’attrazione irresistibile e costano così poco….
Visitiamo quindi la montagna dei sette colori, ancora più affascinante alla luce del mattino, proseguiamo (lasciando un pezzetto di cuore a Purmamarca) per Tilcara (cuoio secco), le montagne sono state erose dal vento e corrugate dai movimenti morenici orogenici di 40.000.000 milioni di anni fa, i loro colori variopinti derivano dalle ceneri vulcaniche che vi si sono depositate.
Il rosso è ossido di ferro e il verde ossido di rame.
Giungiamo a Tilcara, bellissima capitale economica degli Humahuaha, popolazione indiana che la abitò per secoli e punto d’incontro delle varie tribù. Saliamo alla Pulcara de Tilcara (la fortezza). Qui si rifugiavano gli indiani per proteggersi dagli attacchi di altre tribù. A Tilcara visitiamo il museo archeologico, piccolo ma molto interessante. I reperti appartengono prevalentemente alla popolazioni Chimu- Nasche del Perù. Quello che ci colpisce di più sono i crani allungati. Il solito Martin ci spiega che erano simbolo di bellezza e che prendevano quella forma grazie ad operazioni estetiche speciali, eseguite con un Aparato Deformator (tavolette di legno avvitate ai lati del volto). Notiamo un buco in tutti i crani; serviva per deporvi gli oggetti personali del morto.
Si continua per Humuaha dove ci si ferma per visitare la Cattedrale della Candelaria.Altare d’oro e di legno di carrubo. Tutto l’oro e l’argento che vediamo nelle chiese proveniva dalle miniere di Potasi in Bolivia. L’arte della chiesa è naif, un grande dipinto che raffigura la Madonna è senza prospettiva, non ancora conosciuta in quel tempo, le rose ai piedi della Madonna vogliono dare l’impressione di grandezza ed armonia. Gesù Cristo indossa una strana gonnellina, l’inquisizione non tollerava alcuna nudità.
Andiamo a pranzo in un locale con accompagnamento musicale, come al solito mi faccio affascinare dalla musica andina che poi a casa non ascolterò più, ma qui è complementare a tutto l’ambiente e me encanta.
Dopo pranzo sulla strada di ritorno a Salta ci fermiamo a visitare la chiesa di S.Francesco da Paolo (1691). Lo stile è barocco coloniale, molto carico. I dipinti alle pareti raffigurano gli spagnoli dell’epoca, raffigurati come angeli vestiti riccamente ma, stranamente, dotati di archibugi, è una fotografia dei colonizzatori, tronfi ed orgogliosi delle loro conquiste. Le cornici sono più pregiate dei dipinti, danno armonia all’immagine.
Avanziamo verso il Tropico del Capricorno, chissà perché ci attrae tanto! comunque appena là scendiamo tutti a fotografare la nostra "impresa".
Avanti ancora verso Salta, la nostra meta finale. Ecco davanti a noi una montagna che Martin definisce come" la tavolozza del pittore". In effetti è tutto un insieme di colori, ma non ci stupisce più di tanto perché ormai siamo abituati a questi rossi, verdi, ocra, all’azzurro del cielo, al giallo intenso del sole e al verde brillante delle valli. Questa terra è veramente una festa per gli occhi!!!
Ai piedi della montagna c’è un cimitero. Qui anche i cimiteri sono una festa di colori .Le tombe sono casette adornate di fiori e si ha l’impressione che la vita continui ancora in esse. Ci aspetta al varco un gruppetto di povera gente: madre e figli che ci consegnano il loro biglietto da visita (si fa per dire!). Chiedono vestiti. Facciamo un fioretto; glieli invieremo, Gabriella ha già dato.
Arrivo a Salta: caldo soffocante, umido, non quel bel caldo secco dei giorni passati. Ci dicono che piove da una settimana, cosa insolita per la città , che in questa stagione dovrebbe essere molto asciutta. Il nostro albergo è in pieno centro; è un antico convento, tanto per completare la serie degli alberghi del nostro viaggio. Non è naturalmente grande come gli altri, ma comunque ha il suo giardinetto ed una piscina in cui l’indomito Eraldo si tuffa subito. L’acqua sembra stagnante ma lui dice che è solo un impressione e che il bagno lo ha galvanizzato. Beato lui!! Nelle camere si soffoca, io rimpiango Purmamarca, vorrei vivere là un altro giorno. Si va a comer in un bel ristorante dove si mangia il capretto asado, le fettuccine (molto lontane da quelle italiane) e il flan. Ormai siamo forse stufi della cucina argentina, siamo già con un mezzo piede in Italia, incombe il pensiero del ritorno.
Dopo la comida facciamo un giro in città, che , di notte, appare più bella. E’ un tripudio di luci ed è piena di vita. Qui si vive la notte, i negozi sono aperti fino alle 9.30 (aprono alle 5.00 della tarde!!)
La mattina si visita la città. Si sale di qualche kilometro per avere una vista panoramica. La città è situata a 1200 mt. di altezza e occupa la Valle de Lerma. Il panorama non è particolarmente entusiasmante perché, come in tutte le città, c’è un accozzaglia di stili.
Scendendo si passa davanti alla statua di Guemes, eroe nazionale argentino. Qui il 17 di agosto tutti i Gauchos si radunano per commemorare il giorno della sua agonia. Mi sembra di ricordare che non sia morto in battaglia e questo si capisce dal fatto che il cavallo ha tutte e due le zampe a terra o forse è il contrario!????? Visitiamo poi i quartieri residenziali, con la loro architettura spagnola, caratterizzata da balconi in legno protetti da grate, muri ricoperti da piastrelle di maiolica azzurra. Si notano anche case di stile arabo. Comunque si capisce che qui abita tutta" gente de plata".
Avvistiamo un altro albero molto curioso (questo è anche il paese delle stranezze naturalistiche). E’ il "Palo Borracho" (albero ubriaco), pianta che ha un fusto a forma di bottiglia quando è giovane e i suoi fiori avvolti in batuffoli di cotone volano via col vento. Passiamo quindi davanti alla statua di Belgrano, altro eroe nazionale, che, il 20 febbraio 1813, vinse l’ultima battaglia contro gli odiati spagnoli. Ci ricordiamo che c’è un club, chiamato 20 febbraio, che ha donato alla città una di quelle bellissime case in legno che abbiamo visto.
Si passa a visitare la località di S. Lorenzo, un poco al di fuori della città. Il Salteno è urbano, ama stare in città e quindi tende a costruirsi una casa nel verde circostante la città. Qui trascorre i suoi weekend. Superiamo un campo di polo, che è uno sport molto popolare, più popolare del calcio.
Ma lo sport nazionale è il" Pato" in cui due squadre di gaucho lottano per appropriarsi di una palla a forma di oca ( pato infatti è un’oca).
Siamo in S.Lorenzo ,una distesa di verde in cui si nascondono delle ville magnifiche con giardini immensi, La terra costa pochissimo, ci facciamo un pensierino, potremmo comprarla in società, perché no?
Si arriva in centro per la visita alla "Catedral de Senor y Virgin del Milagro". Appena entrati ci appare nella sua maestosità il mausoleo di Guemes, non altrettanto imponente come quello di San Martin, ma venerato ugualmente come quello di un santo. El Senor è risplendente perché ha intorno al volto una raggiera d’oro, la Virgin è rappresentata in un quadro in olio che data al 1749, anno in cui si dice che la madonna con le sue lacrime fermasse un rovinoso terremoto.
La cattedrale è un tesoro d’arte , peccato che non si possa visitare bene perché c’è la messa, ma, comunque, si capisce che un classico esempio di arte barocca spagnola.
Finite la visita ufficiale, abbiamo ancora tempo per scatenarci negli ultimi acquisti. Io, Eraldo e Grazia, preferiamo gustarci le ultime empanadas in un locale proprio vicino all’albergo. Ci sediamo nel giardinetto graziosissimo e ce le godiamo veramente; quelle al formaggio sono veramente "riccas" e, per finire, ci concediamo anche il queso con il miele.
Il viaggio, ora. è veramente finito anche se ci aspettano ancora quasi 20 ore prima di arrivare a casa.
Siamo rassegnati, ma, a sorpresa , giunti a Buenos Aires, andiamo in centro e ci infiliamo in un grande centro commerciale. Trangugiamo dei buonissimi panini con prosciutto italiano per riprendere contatto con la nostra realtà. Il cibo ci riconcilia con l’Italia che , in questo, è davvero impareggiabile. Rimpiangeremo invece molto l’azzurro intenso dei cieli del Norte. Al ritorno il 15 aprile ci aspetta un maggio grigio e quindi il rimpianto della vacanza sarà ancora più grande.
Fine dei servizi.

IL DIARIO DI NICOLETTA MESCOLI
ACCOMPAGNATORE: ERALDO DAL CERRO


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